Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/226

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218 ATTO SECONDO

Giacinto. Viene a tempo. Cospetto!

Cavaliere.  In casa mia badate
Non perdergli il rispetto, e di non far bravate.
Giacinto. Io, dovunque mi trovi, vuò dir le mie ragioni.
Cavaliere. Zitto, che in casa io tengo servi, corde e bastoni.
(mostra dirlo in confidenza, e Giacinto si modera un poco)

SCENA IV.
Il Conte Policastro e detti.

Conte. Cavaliere, mia figlia...

Giacinto.  Dov’è la sposa mia? (al Conte)
Conte. Servitore umilissimo di vostra signoria.
(a Giacinto, con sorpresa)
Cavaliere. Conte, lo conoscete?
Conte.  Mi pare e non mi pare.
Cavaliere. Vi dovreste di lui meglio assai ricordare.
Conte. (Il diavol l’ha mandato). (da sè)
Giacinto.  Eccomi ritornato
Al suocero cortese.
Cavaliere.  Servitore obbligato.
Giacinto. Con si poca accoglienza il genero incontrate?
Conte. Genero? (con ammiraziom)
Giacinto.  Poffar bacco! voi vi maravigliate.
Non è genero vostro, colui che la parola
Ebbe da voi di dargli per sposa una figliuola?
Genero non si dice ad un, che per contratto
Deve la Contessina sposare ad ogni patto?
So che scherzar volete, ma non è il tempo e il loco.
Vado a veder la sposa; ci rivedrem fra poco.
(in atto di partire)
Cavaliere. Fermatevi un momento. (trattenendolo)
Giacinto.  Ma questa è un’insolenza.
(al Cavaliere)
Cavaliere. Chi è di là? (mostrando di chiamare i servitori)