Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/48

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40 ATTO SECONDO

SCENA II.

Donna Marianna e Paolina.

Paolina. Ecco il costume solito di questi uomini ingrati:

Di noi presto si scordano, due passi allontanati.
E poi quando ritornano i perfidi bricconi,
Pretendono che tutto si scordi, e si perdoni.
E voi siete sì buona d’amar quell’animale,
Che fa dell’amor vostro sì poco capitale?
Marianna. Chetati, Paolina, se compiacer mi brami.
A te non dissi ancora, s’io l’ami o s’io non l’ami.
Io stessa non intendo se1 mi consigli amore,
Ma a rintracciar l’ingrato mi stimola l’onore.
Cedute le ragioni, per forza altrui soggetta,
Vengo a chieder giustizia, o a procurar vendetta.
Paolina. Da chi sperar potete ragione ai torti vostri?
Gli uomini in certi incontri son tutti amici nostri;
Ma quando che si tratta d’usarci un’ingiustizia,
Per farci disperare han l’arte e la malizia.
Se comandasser donne, son certa e son sicura,
Che saria condannato il Duca a dirittura.
Ma nelle man degli uomini il comandar ridotto,
Vogliono che sian sempre le femmine al di sotto.
Marianna. Io mi lusingo ancora, nell’appressarmi ad esso,
Fatta mi sia giustizia da don Luigi istesso.
Docile ed amoroso lo riconobbi allora:
Tal, se mi vede, io spero di ritrovarlo ancora.
Sarà da’ suoi congiunti forzato abbandonarmi,
Lettera ei non mi scrisse, che vaglia a disperarmi;
Onde, qual io forzata finsi troncar l’impegno,
Forse è costretto anch’egli a tollerar con sdegno.
Vede la mia rinunzia, ed il mio cuor non vede;
Può perciò condannarmi anch’ei di poca fede.

  1. Edd. Pasquali e Zatta: che.