Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/516

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
508 ATTO TERZO

Fra un’ora o un’ora e mezzo andremo a desinare.

Ha preso il cioccolato, e adesso vuol mangiare?
Lisetta. S’ella la lascia fare, caro signor padrone,
Se troppo si nutrisce, non avrà successione.
Policarpio. Succession? Sì davvero, si vederan portenti,
Se una scala divide i nostri appartamenti.
Lisetta. Perdoni, mi fa ridere. Non è il padron?
Policarpio.  Padrone?
Non posso andare in camera senza sua permissione.
Se dorme, vuol dormire, e quando ch’ella è desta,
O che le viene il granfio, o che le duol la testa.
Non vuole ch’io le parli, non vuole ch’io la tocchi,
E se me ne lamento, tosto mi salta agli occhi.
Lo conosco benissimo ch’è senza convenienza,
Ma per non strepitare lo soffro con pazienza.
Lisetta. E contentarla in tutto il procurar non vale.
Povero il mio padrone, voi li spendete male. (parte)

SCENA IV.
Don Policarpio solo.

Oh se li spendo male! Perchè rimaritarmi,

Se non avea da prenderla un po’ per consolarmi?
Giacchè mi sono indotto a far la baggianata,
Almen più compiacente l’avessi ritrovata.
Quanto per me era meglio sposare una ragazza,
Che fosse meno nobile, e fosse meno pazza!
Oh, mi dicevan tanti: voi siete un uomo ricco;
Con una moglie nobile farete maggior spicco;
Se avrete dei figliuoli, saranno più stimati.
Oh oh, circa i figliuoli siam belli e corbellati.
Per me saria lo stesso la moglie aver dipinta,
E quando ch’io son morto, va la famiglia estinta.
Spiaeemi della figlia che ha un cervel sciagurato,
E non poss’io sperare di far buon parentato.