Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/61

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IL PADRE PER AMORE 53

Cavaliere. Ecco: scrive allo sposo la misera dolente,

E chi è vicino al punto del suo morir, non mente.
Principe don Fernando, dolcissimo consorte,
Lungi da voi la sposa trovasi in braccio a morte.
Un tenero rimorso svelarvi or mi consiglia,
Che la cara Isabella non è la vostra figlia.

Isabella. Ohimè! seguite il foglio. Deh per pietà, signore,
Fate ch’io sappia almeno, qual è il mio genitore.
Cavaliere. Questo per or vi basti. Meglio è per voi tacerlo;
Quando ingrata mi siate, il mondo ha da saperlo.
L’onor del sangue vostro posso salvar, s’io voglio;
Posso tacer l’arcano, e lacerar il foglio.
Tutto da voi dipende; sarò qual mi volete.
Lasciovi in libertade; pensate, e risolvete. (parte)

SCENA II.

Donna Isabella sola.

Misera me! che intesi? Ah, degna or più non sono

Delle nozze del Duca. Mi perdo, e mi abbandono.
Porga almen donna Placida soccorso al mio bisogno.
Ah, che con lei non meno svelarlo io mi vergogno.
In sì misero stato mi assista il padre mio.
Oimè! non ho più padre. Dolci speranze, addio.
Dal mio destin crudele tanto avvilita, e tanto,
Sol la mia doglia interna posso sfogar col pianto.
(siede ad un tavolino piangente, coprendosi colla mano il volto)

SCENA III.

Il Duca don Luigi e detta.

Luigi. Chi provò mai tormento maggior di quel ch’io provo?

Dov’è mai donna Placida? La cerco, e non la trovo.
Prima di presentarmi di don Fernando al ciglio,
Desio di donna Placida udire un buon consiglio.