Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XV.djvu/92

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84 ATTO QUINTO

Parla tu, scellerato, e perirai se menti.

Da chi fosti animato ad un sì nero eccesso?
A qual prezzo vendesti fino il tuo sangue istesso?
Pasquale. Signor, voi siete un Principe, io sono pover’uomo;
Ma, cospetto di bacco, anch’io son galantuomo.
Lo dico, e lo sostengo, lo giuro, e lo giurai,
Quella non è mia figlia, e non lo sarà mai;
E se provar potete, ch’ella da me sia nata,
Deposito la testa, e che mi sia tagliata.
Fernando. Perfido! della legge l’onesta presunzione
Può legittimamente provar la figliazione.
Vivesti colla sposa, e la lasciasti incinta.
Dall’età della figlia ogni dubbiezza è vinta.
Pasquale. Io non so d’altra legge: dico che mia non è,
E non lo può sapere nessun meglio di me.
E poi, che cosa occorre far tanta maraviglia?
Dell’Eccellenza Vostra dicono ch’ella è figlia.
Fernando. Oimè! la ria menzogna fondasi in nostro danno
Dell’innocente figlia sul discoperto inganno.
Toglier chi può dal mondo un’impression fondata
Pel corso di anni tanti, ch’ella da me sia nata?
A pubblicarne il vero potea bastar la madre.
Se menzognero, ardito, non si opponeva il padre;
Or coi falsi princìpi, col mentitor che oppone,
Pericola nel volgo la sua riputazione.
Nè basta una vendetta, nè bastan mille morti,
A risarcire al mondo dell’innocente i torti.
Faccia amore uno sforzo all’onestà dovuto,
Gli affetti alla ragione si cedano in tributo.
Duca, il ciel non consente che sia vostra Isabella,
Forse coll’altra il patto a mantener vi appella.
Evvi una via soltanto, onde salvar mi lice
L’onor di onesta figlia, di onesta genitrice:
Per togliervi dal volto la macchia vergognosa,
Convien or, Isabella, che voi stringa in isposa.