Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/181

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SCENA VI.

Silvestra e dette.

(Si accendono i lumi.)

Silvestra. Son qua. Cossa voleu?

Felice. Vedeu, siora Silvestra?
Eccolo, el xe toma. Oh, xe qua la manestra!
(Mettono tre piatti in tavola, poi altri tre, poi le frutta.)
Silvestra. Bravo, bravo! impiantarme... (a Ferdinando)
Ferdinando. Signora, io non saprei...
Marinetta. Via, sentemose a tola.
Silvestra. Luce degli occhi miei.
(verso Ferdinando)
Lucrezia. Mo che bei sentimenti!
Bettina. Che grazia che la gh’ha!
Felice. Sior Ferdinando, a eia, che la se senta qua.
Silvestra. E mi?
Felice. Arente de elo.
Silvestra. All’idol mio vicina.
Felice. Brava, e da st’altra banda se senterà Marina.
Qua Lucietta, qua Betta; che piasa o che despiasa,
Fazzo mi per sta volta i onori della casa.
Ferdinando. Servo prima di tutte la signora Silvestra.
(presentandole)
Silvestra. Che el me ne daga assae, me piase la manestra.
Ferdinando. La signora Felice. La signora Bettina.
A lei. (getta il tondo a Lucietta)
Lucietta. Che malagrazia!
Ferdinando. Garbata signorina!
L’ultima è la padrona.
Marinetta. La me fa troppo onor.
Ferdinando. (L’ultima alla sua mensa, ma la primiera in cor).
(piano a Marinetla)
Silvestra. Cossa diselo?
Ferdinando. Niente.