Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/215

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Felicita. Dorme la vecchiarella?

Costanza. Oibò! E alla tavoletta, che si mette in gala.

Felicita. Avete veduto ieri sera al festino come faceva le carte col contino Rinaldo?

Costanza. Se l’ho veduta? E come! Vi assicuro che mi facea venir male.

Felicita. E quel caro Conte, come la prendeva bene per mano!

Costanza. Eh, il contino Rinaldo è un giovine che sa fare lo spiritoso. Fa il bello con tutte, e con tutte si prende la libertà di scherzare. Ma se mi ci viene, lo vuò burlare ben bene.

Felicita. In queste cose ci sono ancor io. Troviamo qualche in- venzione bizzarra per cavarci spasso di lui. Facciamolo un po’ stare questo beli’umorino. Già siamo di carnevale; qualche cosa è lecito in questi tempi, che in altro tempo non si fa- rebbe. Basta che siano divertimenti onesti.

Costanza. Sentite quel che ho pensato, per farlo un po’ di- sperare. Voglio formare una lettera a lui diretta, piena di af- fetti e di tenerezze, lodando in essa il suo merito e le sue bellezze, e voglio fargli capitare la lettera al caffè dove pra- tica, senza ch’ei possa rilevare chi l’abbia scritta. Poi tutte due mascherate andiamo al caffè, e sentiamo un poco l’ef- fetto che produrrà questa lettera.

Felicita. Sì, va bene; ma facciamo qualche cosa di più. Fac- ciamogli credere, che alcuna di noi sia innamorata di lui. Te- niamolo qualche tempo in speranza, e poi facciamolo rimanere burlato.

Costanza. Si sì, colla scorta vostra posso prendermi qualche maggior libertà. Ecco la cioccolata. Bevetela, che intanto vado a formar la lettera che ho divisata... Mi viene un’altra cosa nel capo. Ve la dirò al ritomo. Trattenetevi, che ora vengo. (11 Conte non mi dispiace. Potrebbe anche darsi che lo scherzo) non mi riuscisse inutile affatto). (da sè, e parte)