Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/277

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Costanza. Bravo, signor Cavaliere, voi siete fatto apposta per le spiritose invenzioni.

Cavaliere. Ho qualche cosa imparato, dopo che ho avuto l’onore di trattare con delle donne di bell’umore.

Nicolò. Comanda dell’altro zucchero? (a Silveslra)

Silvestra. Sì: non ve l’ho detto, che mi piace il dolce?

Nicolò. Si serva pure, come comanda.

Silvestra. Ehi, Nicolò, lo sapete che mi faccio la sposa?

Nicolò. Me ne rallegro infinitamente.

Pasquina. (Signora madre, il Conte piglierà quella brutta vecchia?) (a Doroiea)

Dorotea. (Potrebbe darsi, ma non lo credo). (a Pasquino)

Cavaliere. Signori miei, che vuol dire questo silenzio? Ho pur sentito poc’anzi a intavolare un trattato di matrimonio; se le parti sono contente, perchè non si conclude alla prima?

Silvestra. Dice bene il signor Cavaliere, perchè non si conclude alla prima?

Conte. Che dice la signora Costanza?

Silvestra. Cosa e’entra la signora Costanza?

Conte. Ho piacere d’intendere il suo sentimento.

Costanza. Per me dico, che prima di concludere questo fatto, converrebbe sentire mio padre, ch’ è il capo ed il padrone di casa.

Leonardo. Dice bene, così almeno si praticava una volta; ma adesso tutte le cose sono venute alla moda.

Silvestra. Oh, voi siete qui colle vostre anticaglie. Signor sì, noi vogliamo fare le cose nostre alla moda.

Felicita. Cara signora Silvestra, senza del signor Luca non si può far questo matrimonio. Chi è che ha da dar la dote?

Silvestra. Chiamatelo, se lo volete chiamare, ma è tanto sordo, che ci vorran delle ore prima di fargliela ben capire.

Costanza. Ehi, dite al signor padre, che favorisca di venir qui. (ad un servitore che parte) Pensava io ad una cosa: per non fa- ticare soverchiamente con un uomo che ci sente pochissimo, e per liberar lei ancora da questa pena, non sarebbe meglio