Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/299

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Ma troppo fieramente son dall’amore oppresso,

E sentomi pur troppo capace d’ogni eccesso.
Se l’onor della donna contrasta alla mia sorte,
Mi resta una lusinga nel fin di suo consorte.
Egli morir potrebbe... Non ho coraggio a dirlo,
Ma sentomi di dentro, che ho cuor di concepirlo.
Tentisi pria di tutto scoprire il di lei cuore.
Vagliami la finzione, pria di parlar d’amore.
Ceda al Conte, o resista, di lui valermi io voglio;
Vo’ per ultimo mezzo adoperar l’orgoglio.
Amor brama la pace, ma se il destin contrasta.
Usa gl’insulti ancora, quando il pregar non basta.

SCENA III.

Un Servitore e detto; poi il Conte Rinaldo.

Servitore. Signore, un’ambasciata.

Fernando. Chi viene?
Servitore. Un cavaliere.
Fernando. E eh cni e-.
Servitore. Il conte Rinaldo.
Fernando. Venga; mi fa piacere.
(i7 servitore parte)
Pare ch’egli lo sappia, che favellargli io bramo.
Ho piacer ch’egli venga, e che fra noi parliamo.
Conte. Amico, perdonate s’io vengo a disturbarvi.
Fernando. Conte, non dite questo. Potete assicurarvi.
Che un piacer mi recate, che volentier vi vedo.
Che vi son buon amico.
Conte. (Ai labbri suoi non credo), (da sè)
Vengo per domandarvi, se voi sapete il giorno,
Che il marchese Rinaldo a noi farà ritomo.
Donn’Angiola mi dice ch’egli non vien per ora,
E la Marchesa istessa non sa niente ancora.