Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/302

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Date a me la licenza di procurarne il modo?

Conte. Fate quel che vi pare.
Fernando. Sì, di servirvi io godo.
Un domestico affare sollecitar mi preme.
Trattenetevi, amico; noi partiremo insieme.
E forse innanzi sera, e forse da qui a poco,
Del segreto colloquio vi saprò dire il loco.
Di donn’Angiola poscia ragionerem fra noi;
Potremo, s’ella mi ama, sentir i pensier suoi.
Per sciogliervi con essa noi troverem l’impegno.
(La fortuna finora seconda il mio disegno).
(da sè, e parte)

SCENA IV.

Il Conte solo.

Perfido, ti conosco. So che tu celi in seno

L’amor per la Marchesa; certo ne sono appieno.
Ma se tu sei mendace, accorto anch’io mi rendo,
E l’onor della dama di preservare intendo.
Sì, l’amai, lo confesso; ma dal dover convinto,
Son del suo sposo amico, ed ho l’amore estinto.
Per evitar col tempo di ripigliar l’amore,
Alla di lei cognata sagrificato ho il cuore.
Donn’Angiola è mia sposa, data ho la mia parola.
Sciogliere non mi deggio, e sposerò lei sola.
Veggo di don Fernando l’inganno e la malizia,
Giovami coir astuto di fingere amicizia.
Vedrò fin dove giunga la sua passione ardita;
Vo’ difender la dama a costo della vita. (parte)