Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/334

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Prosdocimo. La spada mia?

Fabrizio. ^ Perdoni, la vo’ vedere un poco.
Prosdocimo. e lama della lupa. (gli dà la spada con paura)
Fabrizio. Per attizzare il foco.
Vada, se vuol andare.
Prosdocimo. Mi favorisce il brando?
Fabrizio. Glielo darò domani.
Prosdocimo. A lei mi raccomando.
Fabrizio. Servitore umilissimo.
Prosdocimo. La spada mia, signore.
Fabrizio. Gliela darò nei fianchi.
Prosdocimo. Grazie del suo favore.
Fabrizio. Padron mio riverito.
Prosdocimo. Servidore obbligato.
Fabrizio. Poltronaccio, insolente. (parte)
Prosdocimo. Eccomi disarmato.
Corpo di satanasso. A me codesto torto?
Voglio cavarti il cuore.
(Fabrizio si fa vedere colla spada)
Gente, aiuto, son morto.
(fugge via, battendo la testa in una scena)

SCENA VIII.

Camera di donn’Angiola.

Donn’Angiola sola.

Dica quel che sa dire, a ragion mia cognata

Temo del Conte accesa, se un dì fu innamorata.
Perchè farlo venire solo a parlar con lei?
E perchè il testimonio sfuggir degli occhi miei?
Ah, che non vedo l’ora che tomi il mio germano.
Ch io taccia, mia cognata può lusingarsi invano.
Son nel debole colta, la gelosia mi sprona,
Ed a soffrir gl’insulti non sarò io sì buona.