Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/34

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Conte. Lasciatemi pensare un poco a’ casi miei.

Passar dal nulla al tutto sì presto io non vorrei.
Farmi d’essere ancora della fortuna un gioco;
Penso in questo gran mondo d’entrare a poco a poco.
Mandai donna Felicita ad invitar poc’anzi:
Andremo a divertirci, ma vo’ vederla innanzi.
Riccardo. Povero innamorato! siete perduto, amico,
E le vostre ricchezze non vi varranno un fico.
Conte. Credetemi, vi parlo con sulle labbra il cuore:
Sento la gratitudine per lei, più che l’amore.
Nelle miserie andate certo l’avrei sposata.
Or la risoluzione sarà più consigliata.
Riccardo. Ditemi: in vita vostra avete mai giocato?
Conte. Come giocar poteva nel povero mio stato?
Riccardo. Nelle conversazioni andar senza giocare.
Che razza di figura un cavalier può fare?
Comprate delle carte; io vi darò lezione.
Prima al gioco più facile, ch’ è quel del faraone;
Poi v’insegnerò l’ombre, il tressetti, il picchetto.
lo sono a tutti i giochi un giocator perfetto.
Per me, qualora io gioco, di guadagnar mi picco;
Ma voi dovrete perdere, che siete un uomo ricco.
Le donne hanno piacere d’essere regalate.
Al donator talvolta senza essere obbligate;
E il mezzo più comune di regalarle poco,
E il perdere con esse qualche zecchino al gioco.
Conte. A tutto ciò v’ è tempo: il gioco ho da imparare.
Quando sarò nel caso, mi saprò regolare.
Riccardo. Amico, a quel ch’io vedo, non farete niente.
Conte. Perchè?
Riccardo. Mi par che siate un po’ troppo prudente.
Conte. E mai troppa prudenza?
Riccardo. E buona a tempo e loco.
Ma chi è troppo prudente, suol divertirsi poco.
Conte. Anzi vo’ divertirmi, e non ne vedo l’ora.