Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/36

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SCENA VI.

Il Conte Orazio, poi Onofrio.

Conte. Sentirmi tutto a un tratto far tante esibizioni,

Mi fa di quando in quando venir delle apprensioni.
Temo di esser tradito. Ma poi ragiono, e dico:
PossibiI che nel mondo non diasi un vero amico?
Se dubito di tutti, che farò da me solo?
Che vai la mia ricchezza, se agli uomini m’involo?
Dovrei pur procurare di vivere giocondo.
Non dice mal Riccardo: godiamo un po’ di mondo.
Onofrio. Servitore umilissimo, servitore devotissimo.
Bacio la mano a lei, signor Conte illustrissimo.
Conte. Via, non più riverenze.
Onofrio. Io faccio i miei doveri.
Vossignoria illustrissima è il fior de’ cavalieri.
Conte. Quanto tempo sarà, che voi mi conoscete?
Onofrio. Saran circa tre giorni.
Conte. Bravo. Voi mi piacete.
Godo aver da trattare con uomini sinceri;
Tre giorni fa i’ non era il fior de’ cavalieri.
Onofrio. Per venire al proposito, per cui son qui venuto.
Io devo a vossustrissima portare un bel saluto.
Conte. Un saluto di chi?
Onofrio. Di certa gentildonna...
Ma che bella ragazza! ma che pezzo di donna!
Conte. Siete, per quel ch’io sento, ambasciator d’amore.
Onofrio. Son, signore illustrissimo, sono un uomo d’onore.
Della mia condizione ho mille testimoni;
Io sono un onorato sensal da matrimoni.
Conte. Da me chi vi ha mandato?
Onofrio. Io pratico per tutto,
Conosco nel paese il buono, il bello, il brutto.
Solo di vossustrima sento parlar la piazza;
Dicono, non gli manca che una bella ragazza.