Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/37

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Trenta ne ho visitato, e ne ho trovate sei,

Una meglio dell’altra, buonissime per lei.
Quella che lo saluta, è certa biancolina
Con un occhio furbetto, con sì bella bocchina.
Con due guance di rose, con un nasin ben fatto.
Eh! non creda ch’io burli. Osservi il suo ritratto.
Conte. Per or col matrimonio legarmi io non destino.
Onofrio. Favorisca vedere questo bel ritrattino.
Conte. Lo vedo.
Onofrio. E che gli pare?
Conte. Non può negarsi, è bello.
Ma quanto gli ha donato la grazia del pennello?
Onofrio. Oh mi creda, illustrissimo, ch’ è fatto al naturale,
Anzi qualcosa meglio è ancor l’originale.
Per esempio, la giovine ha l’occhio più lucente.
Il viso più tondetto, la bocca più ridente.
E un tantin più grassotta, ma è sì prudente e onesta,
Che il pittore ha dovuto dipingerla modesta.
Certo, che dal ritratto si può conoscer poco.
Ma se la vuol vedere, ritroveremo il loco.
Conte. E nobile?
Onofrio. Cospetto! che nobiltà illibata!
Ha un albero sì grande, che copre una facciata.
Conte. Ha dote?
Onofrio. Ha quel che basta per essere consorte.
Non si domjinda dote a faccie di tal sorte.
Ha avuti fino ad ora tanti partiti e tanti.
Nessuno ebbe il coraggio di chiedere contanti:
Val centomila scudi quall’occhio sì furbetto.
Vale un milion quel labbro vezzoso e tumidetto.
Prezzo non hanno al mondo quei bei capelli d’oro.
Ha tante cose belle, che vagliono un tesoro.
Conte. Con tante belle cose non si è ancor maritata?
Onofrio. Ha una madre, signore, ch’ è troppo delicata.
Trova che dire a tutti. La povera figliuola