Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/452

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Lucrezia. Lasciam ire cotesto. Or che mirata

L’avete, che vi par della fanciulla?
Non è proprio una giovane garbata?
Badate a mene, non le manca nulla;
Larga di spalle, e stretta di cintura.
La gamba ha forte come una maciulla.
Rigadon. Madonna mia, se mai per avventura
Vi credeste parlar con qualche cieco,
Util saria la vostra dipintura.
Ma vi vedo, sorella, ed ho qui meco.
Pronto al bisogno, il mio signor violino.
Con cui far possa esperienza seco.
Fate la riverenza. (a Rosina)
Lucrezia. Un bell’inchino. (a Rosina)
Rosina. (Fa la riverenza del minuè.)
Lucrezia. Fa gli inchini, se vuol, ancor più bassi.
Rigadon. Per dir la verità, li fa benino.
Fate del minuè tre o quattro passi.
Rosina. (Fa i passi del minuè.)
Lucrezia. Vedete se non pare una matrona,
E non v’è dubbio che il tambur si squassi.
Rigadon. Dite, figliuola mia, sareste buona
Di alzar un poco la capriola in alto?
Rosina. Mi proverò. (s’alza)
Rigadon. Brava.
Lucrezia. Non si canzona, (applaudendo alla figlia)
Vi farà, se volete, ancora il salto....
Quel salto che facea nella furlana
Quel ballerino dagli occhi di smalto.
Rigadon. Basta così per or; la caravana
Bisogna fare, e principiar da capo
Per imparar la scuola di Toscana.
Se la vostra figliuola ha sale in capo,
Circa l’abilità non mi scontento,
E in poco tempo noi verremo a capo.