Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/52

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Conte. Vi riverisco. Avete

Cosa da comandarmi?
Pasquina. Da supplicar.
Conte. Sedete.
Pasquina. Perdoni. (ricusa di sedere per rispetto)
Conte. Siamo soli, sedete in confidenza.
Pasquina. Lo fo per obbedirla. Con sua buona licenza, (siede)
Conte. Dite quel che vi occorre.
Pasquina. Signor, la mia disgrazia
Mi obbliga con rossore a chiedere una grazia.
Sono, non fo per dire, nata con civiltà,
Per causa dei parenti ridotta in povertà.
Mi hanno usurpato il mio, son orfana fanciulla;
Non posso maritarmi, perchè non tengo nulla.
Finor, non fo per dire, trovai più d’un partito.
Ma senza un po’ di dote, signor, non mi marito.
Povera sfortunata, sol ricca di onestà,
A domandar costretta son io la carità.
(mostrando di piangere)
Conte. Non piangete, ragazza. Se siete savia e buona.
Non mancherà il consorte, il ciel non abbandona.
Pasquina. Signor, non fo per dire, ma un’altra come me,
Che soffia quel che soffro, credetemi, non e è.
(come sopra)
Conte. Ma non istate a piangere. Mi fate venir male.
Ditemi il nome vostro.
Pasquina. Tenete il memoriale.
Conte. Date qui.
Pasquina. Cosa fate? Ehi, signor mio, pian piano.
Nessuno in questo mondo mi ha toccato la mano.
Non son venuta qui per quel che vi pensate.
Sono, non fo per dire... non vo’ che mi toccate, (come sopra)
Conte. Nel prendere la carta, toccai per accidente
Un dito appena appena, non sono impertinente.
Sentiamo il memoriale.