Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/54

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Conte. Io non dubito questo;

Ma sono anch’io, signora, non fo per dir, modesto.
Pasquina. e se, in vece dei mille, fossero cinquecento?
Conte. Sarebbero ancor molti.
Pasquina. Via, mi basta di cento.
Conte. Vorrei trovar il modo di rendervi contenta.
E se invece dei cento, non fossero che trenta?
Pasquina. Vedrei da un’altra parte di procurare il resto.
Basta, che se son pochi, almen vengano presto.
Conte. Subito immantinente. Ecco belli e contati
Trenta scudi, che aveva per altro preparati.
Pasquina. Grazie, signor, vi rendo di tanta carità.
Almen l’avete fatta alla stessa onestà.
Chi sono, chi non sono, vi disse l’attestato;
Ma voglio da voi stesso ne siate assicurato.
Sto di casa nel vicolo in fondo della piazza,
Vicino a quella porta, che guida alla biscazza.
S’entra liberamente, si salgono due scalle:
Vedrete un terrazzino con due finestre gialle;
Ma se voi non volete venire a incomodarvi,
Signor, non fo per dire, tornerò a ritrovarvi, (parte)
Conte. La signora Pasquina savia, dabben qual è,
M’insegna la sua casa, o pur verrà da me.
Dice ben l’attestato, che non può dir di più.
La signora Pasquina è un bel fior di virtù. (parte)
Fine dell’Atto Secondo.