Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1913, XVI.djvu/77

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SCENA VI.

Il Conte Orazio, poi un Servitore.

Conte. Bellissima è la cosa. Deggio comprare a forza,

E fino il servitore mi obbliga e mi sforza.
Dice che quei lavori son belli e a buon mercato.
E se coi venditori fosse anch’ei collegato?
Finor, per dire il vero, meco non fu briccone,
Ma d’esserlo finora non ebbe 1 occasione.
Chi sa che nel vedermi più ricco e fortunato.
Non tenti alle mie spalle di migliorar suo stato?
Ovunque mi rivolga, mi trovo in un periglio:
Lo vedo, lo conosco, bisogno ho di consiglio.
Ma di chi ho da fidarmi? Ora un pensier mi viene.
Per scoprir chi m’inganna e quel che mi vuol bene.
Sì, Io porrò ad effetto; ma vi vuol tempo e loco;
E pria di porlo in pratica, vo’ maturarlo un poco.
Or da donna Felicita il mio dover mi chiama.
Con lei farò il segreto, per rivelar se mi ama.
Ma innanzi di partire, vuol la convenienza
Ch’io passi da Rosina a prendere partenza.
Sono ancor ritirate, ch escano aspetterò.
Le condurrò da Livia, poi mi licenzierò.
Par che Rosina mi ami, per lei ho dell’affetto,
Ma far sopra di tutti esperienza aspetto.
Servitore. Signore, è domandato.
Conte. Da chi?
Servitore. Da una gonnella.
Conte. Da una donna? che vuole?
Servitore. Non lo so dire.
E b Conte. ella
Servitore. -OSI e cosi.
Conte. Frattanto che ad aspettare io sto
Le ospiti ritirate, venga, l’ascolterò.