Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/135

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LA GELOSIA DI LINDORO 129

Lindoro. Ma vorrei supplicarvi d’una finezza.

Filiberto. Comandatemi. In quello ch’io posso, vi servirò.

Lindoro. Scusatemi. Sapete legger francese?

Filiberto. Sì certo. Un negoziante ha bisogno di conoscere questa lingua.

Lindoro. Mi fareste la grazia di leggermi una carta scritta in francese?

Filiberto. Volentieri.

Lindoro. Ma di leggerla in italiano?

Filiberto. Voi non lo capite il francese?

Lindoro. Non signore, non lo capisco.

Filiberto. Quest’è male, figliuolo mio. Un giovane come voi, ch’esercita l’impiego di segretario...

Lindoro. Signore, io non sono fatto per tale impiego: spero di liberarmi quanto prima.

Filiberto. Non importa. Sapete che in oggi la lingua francese è la lingua del mondo, la lingua delle grazie, delle bellezze. Imparatela, che vi farà onore, e ne sarete contento.

Lindoro. Sì signore, l’imparerò, ma intanto vi prego di leggermi questa carta. (gliela dà)

Filiberto. E’ una lettera?

Lindoro. Mi pare di sì.

Filiberto. Ma chere amie. (pronunzia il c e l’h alla francese)

Lindoro. Dice ma scere amie?

Filiberto. Ma chere amie. (come sopra)

Lindoro. Io leggeva diversamente.

Filiberto. Il ch in francese si pronuncia sce.

Lindoro. E in italiano vuol dire?

Filiberto. Mia cara amica.

Lindoro. Mia cara amica! (con maraviglia)

Filiberto. Sapete voi a chi è diretta la lettera?

Lindoro. (Mia cara amica!) (da sè)

Filiberto. (Scorre la lettera coll'occhio leggendo piano qualche parola.)

Lindoro. Se dice mia cara amica, sarà diretta a qualche donna.