Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/320

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Gottardo. Ma, se fosse tardi, non voglio che venghiate sola. Placida, lo non ho paura di nessuno.

Gottardo. Ed io ho paura, e non voglio che venghiate sola.

Placida. Bene, vi aspetterò. È meglio ch’ io vada subito, perchè mi ha pregato mia madre che vada quando posso a tagliarle delle camicie (’\ e così le farò il piacere, e resto a pranzo da lei.)

Gottardo. Bene, andate e salutatela da parte mia, e ditele che circa al lino, di cui mi ha parlato... ma no, non le dite niente, che già verrò io a prendervi, e le parlerò.

Placida. Non e’ è bisogno che voi venghiate, poichè già può essere che non mi troviate.

Gottardo. E perchè può essere che non vi trovi ?

Placida. Perchè può essere che quando ho pranzato, ritomi a casa.

Gottardo. Signora, voi aspettatemi.

Placida. Oh quest’ è bella ! non posso venire a casa quando mi pare e piace ?

Gottardo. Signora no, quando vi dico che m’aspettiate.

Placida. Ecco qui, vuol a suo modo. Mi contende fino le più picciole cose, che non servono a niente, per dispetto, per astio, per ostinazione.

Gottardo. Io non vi domando cose che non siano da domandare, e se voi ci avete delle difficoltà, vi sarà sotto qualche mistero.

Placida. Mi maraviglio di voi...

Gottardo. Datemi la chiave della porta.

Placida. La chiave della porta !

Gottardo. Sì, la chiave della porta.

Placida. Non avete la vostra chiave ? Che bisogno c’è della mia ?

Gottardo. Datemela, e non pensate altro.

Placida. Ho capito. Ha paura ch’ io venga a casa. Non son padrona di niente. Ecco la chiave. Si serva come comanda. (getta la chiave in terra)

Gottardo. E la maniera questa di darmela ? (con flemma)

Placida. Povera me ! Chi me l’ avesse detto... ( ! ) Ed. Zatta : camiscic.