Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/321

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Gottardo. Di che ? (placidamente)

Placida. Voi non mi volete più bene ; voi siete annoiato di me.

Gottardo. Oh via, Placida, non mi dite di queste cose.

Placida. Ingrato.

Gottardo. Via la mia Placidina.

Placida. Lasciatemi stare. O’n allo di partire

Gottardo. Dove andate ?

Placida. Da mia madre.

Gottardo. Venite qui, avanti d’andar via. Facciamo la pace.

Placida. La pace ? (calmandosi)

Gottardo. Sì, la pace. (la prende per la mano)

Placida. Datemi la mia chiave. (la vorrebbe prender di terra)

Gottardo. Oh la chiave poi no. (/’ impedisce)

Placida. Ostinato che siete ! tenetela, non me n’ importa niente. Vado da mia madre. Venite, non venite, fate quel che volete, non ci penso, non me ne curo ; non vo’ impazzire per voi. (parte per la porla di strada, e la chiude)

SCENA II.

Gottardo solo.

Eh la Placidina è una testolina bizzarra. Le piacerebbe di poter fare a suo modo. Io le voglio bene ; ma voglio esser sempre marito. Non voleva darmi la chiave, (la prende di terra e la) mette sul tavolino) Voleva venir a casa quando piaceva a lei. Veramente io non ho niente a temere. E buona donna, la conosco, ne son sicuro, e potea contentarla. Ma signor no; quando dico una cosa, voglio che sia fatta. Sia cosa grande, o sia cosa piccola, si ha da fare, quand’ io lo dico. Anderò a prenderla da sua madre, e verrà a casa con me. E partita in collera. Eh niente ! con due carezze l’accomodo. E di buon cuore, mi vuol bene, ma è donna la poverina, è un pocolino ostinata. Si correggerà, si correggerà, (si balle alla porta di strada) E stato battuto. Vediamo chi è. (va ad aprire)