Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 1, 1910 - BEIC 1837632.djvu/138

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132 memorie inutili


Erano scorsi da venti giorni dopo la morte di mio padre, quando fui chiamato ad un serio congresso del fratello maggiore, della madre e della cognata. Sedemmo sopra quattro sedie impagliate e rotte, e la cognata propose, con un viso che spirava importanza e maturità, che bisognava pensare a risarcire il signor Massimo de’ suoi crediti (si noti la tentazione all’animo mio per sedurlo), e che anche per altre necessità era da vendere nuovamente per mille dugento ducati la casa ricuperata per la morte del padre, posta sopra alla nostra abitazione, sulle vite di noi quattro fratelli; che il compratore era pronto (forse era il signor Francesco Zini); che con quella somma si sarebbero posti gl’interessi in assetto, i quali con una buona pianta di governo sarebbero poscia andati divinamente. Mia madre battendo le palpebre lodava la bella idea. Mio fratello la confermava come una cosa indispensabile. Tutti guardavano me, attendendo il consenso al divino trovato.

Non comprendeva come la madre e la cognata entrassero in quel congresso, e come il fratello, che aveva accettato il governo e la padronanza con un animo tanto risoluto, non si vergognasse a fare una tal comparsa e ad aderire con tanta facilità alle proposizioni e a’ trattati della moglie.

Vidi aperto un inferno di dissensioni e mi contentai di rispondere con la flemma possibile: che quanto al signor Massimo, conosceva di quanta amichevole sofferenza era capace per l’impotenza d’un amico sincero e di buona volontà, e ch’io non era persuaso della proposta vendita vitalizia; che ciò mi sembrava una progressione de’ metodi rovinosi; che piuttosto averei affittato il nostro albergo, facendo passare per qualche tempo la famiglia in economia alla villa, dove si viveva molto bene con due terzi meno di spesa, e ciò sino a tanto che fossero pagati i debiti incontrati e che gl’interessi della casa fossero un po’ meglio piantati.

Questa mia scandalosa risposta, che feriva con molte saette il genio e l’amor proprio di tutti, mi fece nuovamente guardare come un Dionisio tiranno. Alcuni secreti bisbigli facevano di giorno in giorno piú oscure le occhiate che mi si davano.