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192 memorie inutili

devo confessare, mal mio grado, che la infermitá non ha piú rimedio e che convien commettere la guarigione agli effetti del girare de’ tempi, i quali conducono nell’opinione degli uomini con de’ mezzi sconosciuti gli andazzi, e fanno accarezzare ora il falso ora il vero ad onta di qualche umano contrasto.

Correva circa l’anno 1740, quando fu istituita dal capriccio e dal caso un’accademia in Venezia di gente allegra, versata nello studio delle belle lettere, amantissima della coltura, della semplicitá e del vero; la quale, seguendo l'orme de’ Chiabrera, de’ Redi, de’ Zeni, de’ Manfredi, de’ Lazarini, e di tanti altri benemeriti ristauratori e guaritori della enfatica, metaforica, figurata pestilenza introdotta nelle fantasie da’ secentisti, sosteneva e faceva germogliare nelle menti della gioventú l’idea dell’ottimo e l’emulazione.

La scoperta fatta da questa allegra e dotta brigatella d’un scimunito appellato Giuseppe Secchellari, il quale, ingannato dall'amor proprio e da’ circuitori burloni in traccia di divertirsi, si considerava profondo scientifico, e che empieva de’ fogli di marroni e di scempiaggini da non potere udire senza ridere sgangheratamente alla lettura, la fece determinare a eleggere principe della accademia istituita quel nuovo pesce, forse per dinotare mansuetudine letteraria.

Fu eletto tra le risa con tutti i voti, gli fu posto il nome d’arcigranellone e gli fu dato il titolo di principe dell’accademia granellesca, co’ quali titoli furono sempre chiamati il principe e l’accademia.

Seguì la solenne incoronazione di quel raro imbecille con una ghirlanda di susine, nel mezzo all’accademia radunata, e il piú bello della comica scena fu il vederlo andar superbo dell’onore di cui la brigata lo fregiava e il suo ringraziare gli accademici di forse trenta tra composizioni poetiche e cicalate a lui dirette, le quali non erano che sali ironici burleschi, schernitori un tanto principe, e ch’egli ingoiava per elogi ed esaltazioni.

Un antico seggiolone altissimo, prima di sedere sul quale quel principe, di statura nano, doveva tirare due o tre salti, era la catedra del sovrano dell’accademia, ed egli siedeva sopra quella