Pagina:Guglielminetti - Anime allo specchio, Milano, Treves, 1919.djvu/328

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del pensiero, ma talora una semplice necessità, talora una facile esercitazione vocale. Egli parlava, come gli altri esseri di razza così detta inferiore, belano o squittiscono o ruggono, ma la sua meravigliosa fatuità sapeva atteggiarsi in modo così seducente che pareva il compimento stesso, la naturale essenza della sua bellezza.

Tu l’ammirasti dapprima con uno spirito e uno sguardo puramente estetico. Rammento che un giorno, me presente, gli dicesti con un sorriso fra serio e scherzoso: «Come stonano, Riccardo, con la tua persona questi rigidi abiti moderni! Io ti vorrei vestire come un giovine schiavo greco e tenerti disteso ai miei piedi con una corona di violette intorno al capo; però a questa condizione: che tu non parlassi mai».

Egli non comprese l’allusione mordace, ti sedette accanto sopra uno sgabello basso, t’alzò in volto due occhi mirabili e con una espressione da sacerdote ispirato, rispose: «Volentieri, zia».

Quella volta ridemmo insieme di gran cuore, ed io con indicibile gioia ti sentii ancora tutta mia, sebbene in qualche momento distratta e in apparenza talora quasi obliosa di me. Avrei potuto allontanare Riccardo da casa nostra, portarti via con me in un lungo viaggio, pregarti di riceverlo con minor frequenza, ma mi ripugnava valermi di questi