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Pagina:Guicciardini, Francesco – Dialogo e discorsi del reggimento di Firenze, 1932 – BEIC 1843020.djvu/216

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210 discorsi del reggimento di Firenze


trecento ducati che ha di entrata, ne paga trenta, quanto quello che di cento ne paga dieci o di cinquanta, cinque, perché la equalitá ed inequalitá si misura con questa proporzione, che paghi tanto prò rata l’uno quanto l’altro, di che, se bene si considera, viene equalmente gravato. Non conviene a ognuno fare una medesima spesa, ma diverse secondo le diverse condizione e facultá degli uomini; e se uno povero tiene una serva sola e non ha piú che uno mantello, non è biasimato, anzi sarebbe imputato se volessi eccedere le forze sue; e nondimanco uno ricco che non facessi piú che la medesima spesa, sarebbe ripreso da ognuno, sarebbe vituperato e lacerato; e la ragione è perché gli uomini debbono tenere diversi gradi, secondo che sono diverse le facultá ed anche le qualitá; perché in una cittá, ancora che sia libera, ancora che ognuno abbia a vivere sotto le medesime legge e magistrati, vi sono pure diverse le qualitá degli uomini, perché è uno di migliore casa e piú nobile che lo altro; le quali differenzie chi vuole levare via, non è altro che volere mettere tutte le abitazione di una casa in uno piano.

A proposito adunche, dico che tanto patisce el ricco di una decima, quanto uno povero, e cosí disordina a lui le spese necessarie, come a uno povero, perché le spese necessarie non sono a ognuno le medesime, ma sono diverse secondo e’ gradi diversi de’ cittadini, e cosí è necessaria al ricco una spesa grande per conservare el grado suo, come al povero una piccola ed a me che ho mediocre facultá e possessione, una mediocre, e chi gli toglie el modo di fare simili spese, lo disordina, non nelle superfluitá, ma nelle cose necessarie; e quando pure patissi qualcosa manco, oltre che ci è de’ modi piú onesti da poterlo gravare in qualcosa piú che el povero, etiam per proporzione, e si sono usati in questi anni, di ventine, di dispiacenti e di arbitri liberi, sarebbe ancora molto piú onesto e piú utile alla cittá tollerare qualcosa di questa inequalitá, che cacciarsi innanzi una gravezza che gli distrugga; perché, oltre che è grandissima ingiustizia ed iniquitá volere cosí arrabbiatamente tórre el suo a chi lo possiede co’ modi ordinati