Pagina:I Duelli Mortali Del Secolo XIX, Battistelli, 1899.djvu/195

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senza malintesi, senza reticenze; poichè, qui si narra e non si giudica.

Il 12 settembre del 1884 alla Corte d’assise di Firenze fu chiamato il processo al carico del signor De Witt e dei quattro padrini. All’udienza il De Witt così rispose alla contestazione del Presidente del soggetto d’accusa:

«Il 16 luglio mi capitò fra le mani la Gazzetta d’Italia nella quale lessi una corrispondenza di Firenze piena d’ingiurie e di calunnio a carico mio e di mio padre. Telegrafai subito al Direttore della Gazzetta1 chiedendogli il nome del corrispondente; attesi una risposta fino alle ore pomeridiane; ma non essendomi pervenuta, impostai una lettera raccomandata, domandando il nome del corrispondente, pagato per insultarmi. Sperava che qualcuno mi rispondesse e attesi fino alla mattina del 17; finchè, non avendo nessuna risposta, partii per Firenze non senza avvertirne il proprietario dell’albergo Cavour.

«Giunto a Firenze vi attesi invano la desiderata risposta e intanto saputo che il corrispondente era il prof. Ce-

                              «Regia Procura di Firenze,

         Certificasi dal sottoscritto che nel processo Venturini Vittoria per falsi e falsità portante il n. 2307 del 1883 di quest’uffizio a riguardo del signor Alberto Schmidt fu dichiarato non farsi luogo a procedere con ordinanza del 4 febbraio 1884 e che lo stesso signor Schmidt non fu carcerato».

         Seguono le firme e i bolli del Segretario e del R. Procuratore.

  1. Dalla deposizione del sig. Malenotti, uno dei testimoni del Parrini, si rileva come dopo l’ingiuria (ceffone) ricevuta dal De Witt, giungesse al Parrini un piego da Roma, contenente un dispaccio. Era quello spedito all’avv. Pancrazi dal De Witt, nel quale in margine di carattere del Pancrazi stesso erano scritte queste parole: Mandalo al diavolo, o in questura. Allora Parrini, porgendo il telegramma al Malenotti, mentre indicava lo scritto del Pancrazi, esclamò: «Ecco chi m’ha rovinato!» (sante parole!), alludendo certamente alla tardività nella trasmissione del telegramma De Witt, concepito: «Suo corrispondente Firenze fattosi eco infami calunnie mio carico del resto già smentite interamente. Invito declinarne nome. Pubblichi presente termini legge. Regolamento telegrafi obbligami moderazione termini. Supplisca pure».

    Eugenio De Witt».