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I Vicerè 133

chiedono i conti? Mi faranno un piacere! Mi renderanno un servizio!

— Tanto meglio, allora....

— Che cosa credono che sia l’eredità di nostra madre? Facciamo i conti, sissignore; facciamoli domani, facciamoli oggi! Anzi, perchè non si rivolgono ai magistrati?...

— Che c’entra questo?

— M’intentino una lite! Facciamo ciarlare il paese, diamo questo bell’esempio d’amor fraterno! Raimondo s’unisca a loro; mi accusino di aver carpito il testamento, ah! ah! ah!... Sono capaci di pensarlo! Conosco i miei polli, non dubiti! Questo è il frutto dell’educazione impartita qui dentro, degli esempii che hanno dato, della diffidenza e del gesuitismo eretti a sistema....

Era veramente concitato, parlava violentemente, aveva perduto la solenne compostezza dell’esordio. Il duca, buttato via il sigaro spento, riprendeva a scrollare il capo, quasi riconoscendo che alla fin fine non poteva dargli torto per quelle ultime argomentazioni. Però, levatosi dalla poltrona, messa una mano sulla spalla del nipote:

— Càlmati, andiamo! — esclamò. — Non esageriamo nè da una parte nè dall’altra. La roba è lì....

— Nessuno la tocca!

— Essi vogliono fare i conti, tu sei pronto a darli....

— Ora, all’istante!...

— E dunque l’accordo è immancabile. Farete questi conti, vedrete se la divisione di vostra madre è giusta o no; accomoderete tutto con le buone.

— Ora, all’istante! — ripeteva il principe seguendo lo zio che s’avviava. — Perchè non hanno parlato prima? Non sono già lo Spirito Santo per potere indovinare ciò che mulinano nelle teste bislacche!

— C’è tempo! c’è tempo!... — ripeteva il duca, conciliante, senza far notare al nipote la contraddizione in cui cadeva, avendo prima asserito di saper dei complotti. — Non la pigliare così calda! Parlerò con Raimondo, poi con gli altri; la roba è lì; vedrete che non ci sa-