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I Vicerè 179

Chiodo; la rivoluzione del Quarantotto, quando San Nicola era servito di quartier generale a Mieroslawski; la venuta del re Ferdinando e della regina nel 1834; ma diffondendosi soprattutto intorno alle vicende del monastero.

Nel primo principio non si sapeva bene chi lo avesse fondato, ma il 1136 certi santi Padri Benedettini s’eran ritirati, per meditare e far penitenza, nei boschi dell’Etna, e lì, coll’aiuto del conte Errico, avevano eretto il primo convento di San Leo. San Leo era uno dei tanti crateri spenti del Mongibello, tutto coperto di boschi e sei mesi dell’anno ammantato dalla neve; una vera solitudine adatta al santo scopo. In inverno, la tramontana turbinava intorno al povero e rustico fabbricato, tagliava la faccia, scottava le mani, gelava ogni cosa: tanto che molti dei monaci s’eran buscate gravi malattie, non resistendo all’intemperie. Per questo avevano ottenuto di poter mandare gl’infermi più giù, in un ospizio fabbricato nel bosco di San Nicola; e lì, come ci si stava meno a disagio, cominciarono ad andare anche parte dei monaci sani. A San Leo, intanto, oltre il freddo c’era un altro spavento, quando la montagna s’apriva, vomitando fuoco e cenere ardente: i terremoti sconquassavano la fabbrica, la lava distruggeva gli alberi e disseccava le cisterne, la cenere infocata bruciava ogni verdura. «Potevano sopportare tanti guai, i poveri Padri?» La meditazione stava bene, ma se il suolo mettevasi a ballar la tarantella, chi poteva più riconcentrarsi e pregare? La penitenza stava ancora meglio; ma bisognava pure evitare che, a furia di mortificazioni, i penitenti non se ne andassero difilato all’altro mondo prima d’aver purgato i loro falli. Per questo, essi impetrarono ed ottennero di stabilirsi definitivamente a San Nicola, intorno al quale venne crescendo un paesetto che, dal Santo, si chiamò Nicolosi per l’appunto. Lì, il convento fu costrutto con qualche comodo, più grande dell’antico, e i monaci vi restarono molti anni; però Nicolosi non scherzava neppur esso: la neve,