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280 I Vicerè

l’urna.... di quell’urna donde ancora una volta esce la libera.... la sovrana volontà d’un popolo divenuto padrone di sè.... Cittadini! Il 18 febbraio 1861, tra i rappresentanti della nazione risorta noi avremo la somma ventura di veder sedere il duca d’Oragua. Viva il nostro deputato!... Viva l’Italia!....

Uno scroscio finale d’applausi rintronò e la folla cominciò a rimescolarsi. Una seconda volta, con voce strozzata, senza un gesto, senza un moto, il duca aveva cominciato: «Cittadini....» ma giù non udivano, non comprendevano ch’egli fosse per parlare. Allora, voltatosi verso le persone che gremivano il balcone, egli disse:

— Volevo aggiungere due parole.... ma se ne vanno.... Possiamo rientrare....

Sorrideva, traendo liberamente il respiro, come liberato da un incubo, stringendo la mano a tutti, ma più forte a Benedetto, quasi volesse spezzargliela.

— Grazie!... Grazie!... Non dimenticherò mai questo giorno....

Guidò il giovane nella stanza attigua perchè prendesse congedo dalle signore, accompagnò tutti fino alla scala. Quando rientrò, il principe, liberato anche lui dall’incubo della jettatura, ricominciò a complimentarlo, additandolo come esempio al figliuolo:

— Vedi? Vedi quanto rispettano lo zio? Come tutto il paese è per lui?

Il ragazzo, stordito un poco dal baccano, domandò:

— Che cosa vuol dire deputato?

— Deputati, — spiegò il padre, — sono quelli che fanno le leggi nel Parlamento.

— Non le fa il re?

— Il re e i deputati insieme. Il re può badare a tutto? E vedi lo zio come fa onore alla famiglia: quando c’erano i Vicerè, i nostri erano Vicerè; adesso che abbiamo il Parlamento, lo zio è deputato!...