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I Vicerè 309

mamma mentre la ruota girava, la chiudeva nello spessore del muro, la passava dall’altra parte, nello stanzone freddo e grigio con un grande Cristo nero e sanguinante che prendeva tutta una parete. La mamma, le monache, tutte e tutti lodavano la saggezza di cui dava prova; per meritare quelle lodi, per non dispiacere al suo babbo, ella faceva quel che volevano. La contessa giudicava che, in fondo, nonostante l’apparente vivacità, anche Teresa sua era buona e dolce. Lauretta non era più tranquilla e ubbidiente della stessa cugina? E pensando ai suoi cari angioletti, ella affrettava col desiderio il matrimonio di Lucrezia, poichè subito dopo li avrebbe raggiunti.


Tutto era pronto. Nella casa degli sposi, un quartiere accanto a quello di don Paolo Giulente, ma del tutto segregato, finivano di dare l’ultima mano alla sistemazione dei mobili; le cose erano fatte larghissimamente e con molto gusto. Il notaio di famiglia aveva già steso, in base alla transazione e sotto la dettatura del principe, i capitoli matrimoniali; Benedetto, per ingraziarsi il cognato, l’aveva lasciato fare, s’era contentato di cinquemila onze, pel momento, invece di ottomila, poichè il principe gli diceva di non aver pronta tutta la somma. A poco a poco, dal primo incontro col monaco e con la zitellona, egli era riuscito a farsi badare ogni giorno di più da quei due, continuando a chinare il capo come un burattino a tutto ciò che dicevano. Articolo politica, don Blasco e la sorella erano più arrabbiati di prima, vuotavano il sacco degli oltraggi e delle contumelie contro i liberali; e allora il giovanotto fingeva di non udire, si voltava dall’altra parte, lasciando che sfogassero, quasi quell’onda di male parole non si rovesciasse anche su lui; ma in tutte le altre circostanze, nel corso d'ogni discussione, si schierava dalla loro parte, dava loro ragione ad ogni costo, in busca d’uno sguardo, d’un saluto, d’una parola. Giusto in quel