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310 I Vicerè

torno un debitore di donna Ferdinanda, un certo Calafoti, aveva dichiarato fallimento dando a intendere che la sua proprietà era parte venduta e parte ipotecata. La zitellona strillava come una gallina spennata viva contro quel ladro, contro il sensale che le aveva proposto l’affare, contro il principe di Roccasciano che lo aveva approvato; ma Benedetto, udito di che si trattava:

— Questo Calafoti lo conosco, — disse; — se Vostra Eccellenza vuole, io gli potrei parlare. Gli atti che adduce sono tutti nulli; con la minaccia di impugnarli lo faremo rigar diritto.

Ella non si fece pregare per dargli il permesso richiestole; e dopo una settimana di corse e di trattative Benedetto le ottenne la cessione d’un’ipoteca privilegiata. In ricambio, donna Ferdinanda non venne al palazzo il giorno del matrimonio. Non ci venne neppure don Blasco. Gli affari, va bene; i discorsi, pure; ma approvare, con la loro presenza, l’alleanza d’un’Uzeda con l’affocato Giulente, questo poi no. Tranne di loro due, del resto, non mancò nessun altro della parentela, nè al Municipio, la mattina, nè alla cattedrale, la sera.

La marchesa Chiara accompagnò lo sposalizio per ogni dove. Era uscita di conti, ma seguitava ad andare su e giù e non aveva voluto chiamare nessuno. La sera degli sponsali, stanca del continuo andirivieni, ella s’era buttata a sedere, ansando, sopra una poltrona, accanto a donna Eleonora Giulente. Forse era la grande stanchezza, ma si sentiva veramente poco bene, provava sordi dolori e acute trafitture. Coi gomiti appuntati ai bracciali per tener libero ed erto il ventre, ella stringeva un poco le labbra ad ognuna di quelle rapide fitte, ma come il marito veniva tratto tratto a domandarle premurosamente che avesse:

— Nulla! — rispondeva; — sto benissimo; — perchè non chiamassero la gente dell’arte.

Alzatasi, fece il giro delle sale. C’era una gran quantità d’invitati, tutta la parentela, tutta la nobiltà, e poi i nuovi amici del duca, le autorità, il sindaco, il pre-