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316 I Vicerè

rotti. Quando Giulente lesse quella nota, si mise a ridere di cuore, tanto gli parve buffa la grettezza spinta a tal segno; ma Lucrezia era furibonda contro il fratello, in modo straordinario.

— Che trovi da ridere? È una schifezza senza esempio!... Per questo ordinò le cose largamente!... Ma trent’onze di dolci, chi li ha mangiati? Cento rotoli di roba? E quelle quattro rose che mandò a cogliere al Belvedere? E i piatti rotti?...

Quantunque suo marito cercasse di calmarla, dimostrandole che in fin dei conti il principe non era obbligato a spendere del proprio, ella non intendeva ragione, spiattellava il resto, ciò che prima aveva negato a se stessa:

— Non era obbligato? E il frutto della mia dote che s’è pappato per sei anni? lesinandomi il pane? senza ch’io fossi padrona di comperarmi uno spillo?... E la transazione a cui m’obbligò, prendendomi per il collo, per consentire al nostro matrimonio? E Ferdinando spogliato con me?... Se lo guardo più in faccia, non sono più io!...

Non andò più infatti al palazzo; ma il principe, da canto suo, non venne più da lei; alla moglie, che voleva far qualche visita alla cognata, ordinò rigorosamente di astenersene. La cugina Graziella, che a stento aveva fatta una visita agli sposi, seguì l’esempio del capo della casa; talchè Lucrezia cominciò a dire il fatto suo anche a quest’altra pettegola:

— Non vuol venire a casa mia? L’onore sarebbe stato tutto suo! Guardate un po’ questa boriosa che mia madre non fece valere un fico secco, adesso darsi il tono di non so chi! Credono di farmi dispiacere non venendo a casa mia? Non sanno che non cerco di meglio? Che non voglio veder più nessuno?

Don Blasco, da canto suo, non aveva messo piede neppure una sola volta dagli sposi; e Lucrezia, dichiarandosene contenta, diceva anche tutte le pazzie e le porcherie del monaco. Ella l’aveva anche con la so-