Pagina:Ida Baccini, La mia vita ricordi autobiografici.djvu/260

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tamente impossibile farlo entrare nella solita sala in cui si tenevano le conferenze. Il Conte De Gubernatis, tutto festoso, venne a dirmelo e aggiunse che il pubblico era stato fatto entrare nel Politeama e che io avrei dovuto parlare dal palco scenico. Il Politeama


    Li vedo sbracciarsi, scalmarsi nelle aule universitarie, dove i più violenti improvvisano fulminee proteste contro gli ordinamenti politici, mentre i più miti si contentano di approvarli; dove si demoliscono provetti insegnanti e se ne eleggono dei nuovi: dove si meditano e si mettono in esecuzione pronte e nobili violenze, come l’atterrar porte, l’oltraggiar professori e l’impugnar bandiere, avvezze a sventolare su ben altri ardimenti; dove, in somma, si vedono tante belle cose e qualche volta, anche, in via d’eccezione, lo studente che studia. E i fanciulli più poveri che cosa sono diventati? Oh! non me lo chiedete, signore! Le cronache giornalistiche, i piccanti fatti diversi destinati a divertir l’ozio di tanta brava gente che sogna grandi riforme sociali tra una sorsatina di caffè e una boccata di fumo, informino. Io non rubo il mestiere a nessuno. Ma, risalendo dagli effetti alle cause, come spiegare questi fatti dolorosi? Su chi farne ricadere la tremenda responsabilità? Spesso sulla stupida, ostinata contrarietà tra i metodi educativi della famiglia e quelli della scuola: ma troppo spesso, ahimè, ricade su di voi, povere maestre elementari, che recate all’alto ufficio vostro un cervellino pieno zeppo di date, di nozioni scientifiche, di precetti retorici, e — pur troppo — un cuore freddo, un’anima sonnacchiosa ed inerte. Ma, d’altra parte, la colpa è tutta vostra, o non piuttosto dei vostri genitori che — tanto per assicurarvi un pezzo di pane — vi hanno scaraventato alle scuole normali, così come altri metterebbe le figliuole a cucir di bianco o a far le occhiellaie?
    E voi, care, ci avete mai pensato che la patente non fa la maestra, come la laurea non fa il dottore?
    Tra una lezione e l’altra di pedagogia avete mai studiato voi stesse la vostra vocazione e — perdonatemi — il vostro temperamento? Vi siete sentite d’avvero accese d’un amore ardente, passionato, fatto tutto di sante ab-