Pagina:Ida Baccini, La mia vita ricordi autobiografici.djvu/262

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meno acute) attirò subito l’attenzione del pubblico che applaudì freneticamente mentre parlavo e quando ebbi finito di parlare, con troppa più bontà di quella ch’io forse mi meritavo. La conferenza non durò più di venticinque minuti.


    sciatemelo dire — più confacente all’indole di molte di voi! Vedete: non si nasce pittrici di ventagli, cucitrici a macchina, sarte da uomo e da donna, aggiuntatore di stivaletti, trinaie, telegrafiste e fabbricanti di bambole, ma per far le maestre bisogna nascer maestre: e le bambine che strappano la coda ai passerotti, scodinzolano alla spera, e magari — per far la scimmia alla mamma — si tingono gli occhi col nero fumo, non possono diventar maestre.

    Riassumendo il fin qui detto: le giovani licenziate dalle scuole normali che s’incamminano alla meta del loro faticoso pellegrinaggio, sono degne di giungerla? Sanno che sia lo studio della facoltà dell’anima? Sono ben preparate ad intraprendere l’educazione del sentimento nel cuore dei loro futuri alunni? E — sopratutto — hanno esse rinunziato a tutto ciò che non è la scuola?
    Cominciamo dal rispondere alla prima domanda:

      deva con questa lettera che fra tutte quelle del mio ricco epistolario tengo specialmente cara:
      «Pregiatissima Signora,
      «Come trovar parole abbastanza gentili per ringraziarla del suo articolo, così bello di forma, cosi affettuoso d’ispirazione, così nobile di cortesia e di indulgenza? Dopo averci assai pensato non ho trovato che il solito Grazie, ma ella comprenderà che glielo scrivo con un sentimento insolito. Il suo non è un articolo critico, è il grido di un’amica, il saluto di una sorella d’arte, che ha trovato nel libro molta parte dell’anima sua, e si rallegra di essere stata indovinata ed espressa. Come mi ha fatto bene dopo tanti mesi di fatica e d’incertezza! Ella non può immaginare quante volte, scrivendo, mi sono domandato con viva curiosità e non senza inquietudine, che cosa avrebbe pensato Lei del mio lavoro, Lei appunto, che oggi fa alla mia domanda segreta una così festosa e sonora risposta! Grazie, cara signora; le ridico grazie dieci volte, con tutta l’anima mia.
      «Torino, 24 ottobre 1886.

      «De Amicis».