Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/10

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Casaccio si allontanò, chiamandosi dietro il cane. Egli stesso ha deposto che il garzone di Santi Dimaura ha detto la verità. Il garzone non ha saputo riferire se l’intonazione di quelle parole sia stata semplice, naturale o con qualche accento d’ironia: ma l’ironia ha dovuto esservi. Rocco, scherzando, parlava della strada dell’inferno, e Neli parlava... del paradiso, per non dire apertamente: — Ti manderò all’inferno io, questa notte! —

— Nessuno però ha visto Neli Casaccio.

— Capisco: voi, marchese, vorreste la certezza assoluta. In questo caso non ci sarebbe stato bisogno del giudice istruttore, nè di tanti testimoni per raccogliere un indizio qua, un altro là, e aggrupparli, confrontarli, svilupparli. Neli Casaccio è furbo. Cacciatore di mestiere; figuriamoci! Ma è spaccone, ha lingua lunga. — Gli faccio fare una fiammata! — Quando alla minaccia segue il fatto, che cosa si può chiedere di più?

Parlando, don Aquilante aggrottava le sopracciglia, storceva le labbra, sgranava gli occhi, agitava le braccia, tenendo combaciati l’indice e il pollice delle due mani e allargando le altre dita con gesto dimostrativo, da uomo che vuole aggiungere evidenza alle sue ragioni. E incupita la voce nel pronunziare queste ultime parole, si era arrestato, fissando in viso il marchese che lo guardava con occhi smarriti, pallidissimo, umettandosi con la lingua le labbra inaridite.