Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/155

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E così, ora ecco Neli Casaccio che dal gabbione delle Assise, alzando la mano destra e piangendo, gridava: — Sono innocente! Sono innocente! — E tanto forte, che il suo giuramento sembrava si trasformasse in urlo, in quegli urli del vento, la nottata della confessione, e ch’egli assumesse le sembianze di don Silvio, pallido, con la stola, e inesorabile: — Bisogna riparare il mal fatto! Ah, marchese! —

Nervi! Immaginazione esaltata!... Se lo ripeteva cento volte, n’era persuasissimo. Ma che cosa poteva farci?

Era andato a sorvegliare, con altri della Commissione municipale, la distribuzione delle minestre e del pane alla povera gente; e Padre Anastasio, guardiano del convento di Sant’Antonio, parlava di una gran processione di penitenza, a piedi scalzi, con corone di spine e disciplina per placare lo sdeguo divino. Dovevano intervenirvi persone di ogni ceto, sacerdoti, signori, maestranze, contadini, senza distinzione alcuna, come egli si era sognato che gli ordinasse Sant’Antonio, due notti di sèguito.

Il marchese tentennava il capo. Quel padre Anastasio, alto, nerboruto, col naso a tromba e gli occhi che gli scoppiavano fuor dell’orbita, non era tenuto per stinco di santo nei dintorni del convento. Caso mai, Sant’Antonio sarebbe andato proprio da lui per ordinargli la processione?

Ma gli altri della Commissione approvavano.