Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/195

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sentirsi imbarazzato parecchie altre volte, con la zia baronessa e con Zòsima specialmente, per la mancanza di sincerità riguardo ai mutati suoi sentimenti religiosi. Ma in quel punto, aveva anche arrossito per l’improvvisa coscienza che, da più di un anno, la sua vita era una continua ipocrisia, una continua menzogna fin con se stesso. Un attimo era bastato per fargli comprendere che la smania di distrarsi, di stordirsi da cui si sentiva travolgere era un inconsapevole mezzo di addormentare, di far tacere l’intima voce che minacciava di elevarsi tanto più forte, quanto più egli cercava di soffocarla.

— Come fanno tutti? — riprese don Tindaro? — Com’è dovere, ti faccio osservare io. Sei cristiano cattolico apostolico romano?

— Non mi son fatto sbattezzare!

— Neppure quell’empio si è fatto sbattezzare!

— Pensate che il Vangelo comanda di perdonare le offese. E poi certe persone bisogna prenderle pel loro verso. Con le buone si ottengono tante cose che non si riesce a ottenere con le cattive.

— Perdoneresti tu nel caso mio? Ah, tu non sei padre; tu non puoi intendere che cosa voglia dire vedersi strappare di casa una figlia unica! Era maggiorenne? Che importa? Il padre è sempre padre; la sua autorità dura fino alla morte, oltre la morte! E mia figlia (una Roccaverdina!) si è ribellata, si è avvilita fino al punto...! Avrei voluto