Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/198

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A Margitello, dopo tanti mesi di trista inerzia, cagionata dalla insistente siccità, e interrotta soltanto dall’occupazione di curare i pochi bovi rimasti, e di bruciare e seppellire i cadaveri di quelli che il tifo continuava ancora ad ammazzare, il massaio e i garzoni avevano visto arrivare il marchese, l’ingegnere e parecchi azionisti della Società Agricola; i quali erano rimasti colà una settimana per assistere agli studi e alle prime operazioni di sbarazzamento del terreno su cui l’edificio ideato dal marchese doveva sorgere.

Più di una cinquantina di contadini, tra uomini e ragazzi, scavavano le fondamenta, trasportavano il terriccio, felici di guadagnare pochi soldi al giorno che almeno servivano a non farli morire di fame, loro e le loro famiglie.

Qualche socio aveva, timidamente, fatto osservare al marchese che la spesa sarebbe stata, forse, eccessiva per un tentativo...

— Dovremo poi rifarci da capo? Tra due anni ci troveremo costretti; vedrete!... E se sopraggiunge la pioggia, addio! Occorrerà di scappellarci alla gente, perchè ci faccia la grazia di venire a lavorare qui.

Nessuno aveva più osato di fiatare dopo questa strillata.

Si sarebbe detto che i denari presi in prestito dal Banco di Sicilia, gli scottassero le mani, ed egli avesse fretta di buttarli tutti via, in legname, in