Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/199

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mattoni, in tegole, in calce, in gesso, in ferramenta di ogni sorta.

L’atrio era già ridotto un arsenale con un brulichio, simile a quello di un formicaio affaccendato, di uomini che in certi momenti perdevano la testa, storditi dalle sfuriate del marchese, dagli ordini e dai contr’ordini, quand’egli mutava tutt’a un tratto di parere intorno alla costruzione di un muro, all’impostatura di una porta o d’una finestra che non gli garbavano più, quantunque stabilite da lui stesso e segnate nella pianta eseguita, col suo consenso, dall’ingegnere.

Allorchè questi, ogni due o tre giorni, arrivava a Margitello, trovava sempre qualche novità.

— Ma, signor marchese!...

— Mi meraviglio anzi che non ci abbiate pensato prima voi!

E spiegava la ragione del mutamento; e il torto doveva essere sempre dell’ingegnere, non di lui.

Era preso interamente da quelle costruzioni; avrebbe voluto vederle già in piedi, col tetto, con le imposte e tutto il resto; e gli sembrava che venissero su lentamente, quasi per ostile esitanza.

Appena le domeniche si rammentava di fare una visita in casa della zia, dove sapeva di trovare Zòsima con la madre e la sorella. Alla signora Mugnos non era parso conveniente che il marchese andasse a casa loro: