Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/308

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credevi, sposando? Di non dover avere nessuna croce? È un carattere strano; sopportalo come è. Ho sopportato peggio io! Ho fatto la volontà del Signore, mi sono rassegnata sempre; lo hai visto! Di che sei gelosa?

— Del suo silenzio, mamma!

— Il marchese non è espansivo; è fatto così. Vorresti rifarlo?

— Che so? Certe volte rimane assorto, col viso scuro scuro; e allora, quando si riscote, mi guarda con occhi smarriti, quasi avesse paura che io indovinassi. E se gli domando: — Che pensate? — risponde, sfuggendomi: — Niente! Niente!

— E sarà niente davvero. Vuoi che gliene parli io? Che gliene faccia parlare dalla baronessa?

— No. Può darsi che io abbia torto.

— Hai torto certamente.

— Sì, sì, mamma, ho torto; lo comprendo. Non affliggerti per me!

Andando via, il marchese le aveva detto: — Tornerò presto questa sera. — Ma era già un’ora di notte, e la marchesa, affacciata al terrazzino a pian terreno allato al porticino d’entrata, cominciava a impensierirsi del ritardo.

Si atterrì vedendo arrivare soltanto Titta a cavallo d’una mula.

— Il marchese?

— Non è niente, eccellenza.