Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/339

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bisogno di essere ubbriaco per dire la verità — rispose severamente don Aquilante.

— Bevono vino anche gli Spiriti?

— Potrei dirvi sì; e vi parrebbe una sciocchezza.

Il cavaliere scoppiò in una risata:

— Meno male. Se nel mondo di là non si dovesse più bere vino, mi dispiacerebbe assai. Avete udito, cugino? Bisogna turar bene le botti a Margitello; c’è il caso di trovarne qualcuna già vuotata.

E rideva, pestando i piedi, strofinandosi le mani, come soleva quando era di buon umore.

— Quel che gli Spiriti non possono vuotare, sono certi cervelli dove non c’è niente — replicò don Aquilante, socchiudendo gli occhi e scrollando compassionevolmente la testa.

Il marchese non aveva risposto sùbito. Da qualche tempo in qua andava soggetto a certe intermittenze di pensiero dalle quali si riscoteva tutt’a un tratto quasi rinvenisse da uno sbalordimento. Doveva fare uno sforzo per rammentare l’idea, o il fatto dietro a cui si era sperduto, e qualche volta non riusciva a rintracciarlo. Gli sembrava di aver camminato, camminato in mezzo a densa nebbia senza distinguere niente attorno a lui, in uno spazio deserto, silenzioso, o su l’orlo di un abisso dove poteva porre il piede in fallo, e di cui risentiva l’orrore rientrando in sè.

Aveva fatto un lieve balzo all’interrogazione del