Pagina:Il Marchese di Roccaverdina.djvu/64

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sembrargli proprio i giurati, o altri giurati da giudicare in appello, tanto egli si animava nel ripetere le frasi più altisonanti e più comuni dell’avvocato, aumentando l’ironica intonazione fino alla ripresa del Procuratore del Re che volle parlare l’ultimo per dare il colpo di grazia!

— Una botta da maestro intanto l’aveva già data il nostro avvocato qui. Poche parole, ma sostanziose, ma gravi, di quelle che non ammettono replica...

Don Aquilante che, con le mani incrociate, gli occhi socchiusi, ora storceva le labbra, ora scoteva la testa, e sembrava di non accorgersi del mormorio di approvazione seguito alle parole del marchese, si scosse con un sussulto allo scatto di voce, che parve un tuono, con cui quegli rispondeva al dottor Meccio, detto San Spiridione non si sapeva perchè.

Il dottor Meccio, seduto proprio di faccia al marchese, era stato ad ascoltarlo a testa bassa, col mento appoggiato al pomo dorato della sua canna d’India quasi più lunga di lui; non si era mosso, nè avea fatto nessun altro segno di approvazione, nè riso come tutti gli altri. E rizzandosi improvvisamente su le interminabili magre gambe — la sua vecchia tuba pareva dovesse arrivare a toccar la vôlta del salone — avea sentenziato:

— L’han condannato a torto. È il mio parere.

Il marchese era scattato: