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106 il mistero del poeta

che miss Yves l’avesse visitato. Interrogai il custode, ma non ne potei spremer niente. Gliela descrissi, lo pregai di fare attenzione ai visitatori, caso che la signorina ci capitasse. Mi pareva probabile che volesse rivedere la pietra di Shelley prima di partire per la Germania. A Roma non avevo che questo fioco lume, non sapendo il nome dei parenti di lei, e andavo ogni giorno a Porta San Paolo, trovavo ogni giorno la stessa risposta sconfortante. Frequentavo il Pincio, la chiesa anglicana, tutti i luoghi ove potevo sperare d’imbattermi in lei. Era un vivere tormentoso, un continuo crucciarmi di non poter essere contemporaneamente dappertutto, di perdere forse la mia fortuna per un minuto di ritardo o d’anticipazione. Correvo sempre, la sera mi sentivo morire di stanchezza e l’implacabile cuore mi martellava ancora: «va, va!»

Intanto era venuta la fine di aprile. Forse miss Yves aveva affrettato la sua partenza dall’Italia e io non potevo durare a quella febbrile fatica; fermai di cessare dalle mie vane ricerche e di partire per Norimberga. In questo tempo avevo scritto a Violet due volte; la prima da