Pagina:Il cavallarizzo.djvu/256

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LIBRO TERZO 130

lui che comanda con superbia, & con minacce vuol’esser ubbidito, non pò mai essere amato, ne servito come si deve, ne vivere senza sospetto. Io per me so considerare per che alcuni vogliono più tosto essere serviti con timore che con amore; sapendosi che Iddio vuol l’amore dell’homo, & non il tremore; & che i rei & cattivi servi odiano il peccare per paura della pena, & i boni per amore della virtù. Ne darò migliore essempio in questo al cavallarizzo, che il cercare di rasomigliarsi à Dio; percioche sì come vorrebbe che Iddio fusse verso di lui benigno & cortese, così egli dev’esser verso di coloro che gli sono sottoposti. Comandarà adunque il cavallarizzo al Mastro di stalla, à cavalcatori, à garzoni, à marescalchi, à morsari, & sellari, che tutti questi sono ordinati sotto al suo governo, con quella modestia & dolcezza di parole, che vorreb’egli che ’l suo Signore comandasse à lui. Et nel suo essercitio, & officio sarà diligentissimo; verdadero, & di poche parole; & massime col suo Prencipe; ricordandosi che la loquacità, & il lungo parlare dispiace à ciascuno non che à grandi; & che essendo lungo nel parlare gli potrebbe incontrare quel che ad un fastidioso avenne nel dire, il quale discorrendo non so che con il patrone assai più lungamente di quello che la cosa in se non comportava, & ascoltato fin al fine, in risposta gli fu detto; Il principio delle tue parole mi ho dimenticato, il mezzo non intesi, & il fine mi dispiace. Potrebbe anco avvenirgli quello che ad un cuoco molto loquace intervenne, il qual fu ripreso dal patrone con questo detto, ho io tolto à pigione le tue mani, & non la lingua. Deve poi il cavallarizzo ben conoscere se medesimo, & regolarsi secondo la conditione che tiene, & quanto più cresce ne gl’anni, & in favore tanto più deve guardarsi da vitij; & spetialmente se sarà vecchio. Che così come il vecchio è tenuto di ragione essere uno specchio à gl’altri, così all’incontro diviene un morbo quando sia vitioso. Et così come per legge fu, & giustamente, ordinato da Ligurgo, che quando i giovini passavano presso i vecchi fossero obligati riverirgli; & che dove loro parlavano devessero tacere i giovini; & che se un vecchio fosse caduto in povertà fosse dell’Errario publico sovenuto, & non solo di tanto che potesse sostentare la vita, ma agiatamente ancora viverci; così per il contrario gli furono anco ordinate le pene se erano tristi; & mal essemplari. Porta seco veramente la vecchiezza honore & senno; & però i vecchi deveno sempre essere rispettati; & in questo i giovini si devrebbero ricordare di quel detto, che sempre è da essere riverita la senetù. Et in somma studiasi di conversare tra boni, & tra gentilhomini più che puote; fuggendo come peste la conversatione de’ cattivi, & singolarmente fugga da quella de bilingui; & pigli essempio in questo dal Satiro, che ito per scaldarsi in casa del povero contadino, per che vidde che faceva due contrari effetti col fiato, se ne fuggì, non curandosi di patir freddo. Et mandi alla memoria che Pitagora non per altro vietò le rondine stantiare in casa, che per il lor garire, & adulare. Insegni la sua virtù