Pagina:Il diamante di Paolino.djvu/7

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Tutti gli ambiziosi e i sognatori dei monti di B... hanno vagheggiato la conquista di quel tesoro: tutti, rimpiattati dietro le siepi, hanno spiato la venuta della strana serpicina. Io stessa mi ricordo negli anni della mia fanciullezza d’aver fatto più volte la posta alla volùta con l’intendimento crudele di rapirle il suo unico occhio.

Ma è probabile che la vecchia serva dalla quale attingeva notizie circa le abitudini del serpente, fosse male informata; giacchè non m’è mai riuscito di vederlo mai; nè ho potuto quindi rubargli il diamante famoso.

Ma un certo Paolino Delbosco riesci a rubarglielo e a farsi ricco. Ora, è appunto questa storia ch’io voglio raccontare, oggi, alle bambine e ai bambini buoni. Attenti dunque.


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Paolo Delbosco era il figliolino minore d’un onesto vignaiolo di Montalvo, il quale con le sue abitudini ordinate e laboriose era pervenuto a mettere insieme qualche soldarello. Di sei be’ ragazzi che il cielo gli aveva dati, quattro maschi e due femmine, i quattro primi erano stati avvezzati, fin da piccini, a partecipare secondo le loro forze, alle fatiche del babbo e della mamma. Mentre i giovinetti seguivano il padre nei campi, le due fanciulle aiutavano la mamma nelle faccende domestiche; governavan le bestie, mungevano il latte e filavan la canapa per metter nell’armadio que’ bei rotoli di panno greggio, che sono l’orgoglio delle massaie giudiziose e previdenti.

Paolo nacque quando la famiglia cominciava a godere un po’ d’agiatezza, conquistata lentamente e a prezzo di tanto sudore. Più felice dei suoi fratelli venne affidato alle cure del pievano, un buon vecchione che faceva una somma in un batter d’occhio e sapeva legger