Pagina:Il mio Carso.djvu/123

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teva essere il pensiero di morte. Io non l’ho capita. Ora non è dolore, ma punizione. Accetto e non mi lagno. Non patisco.

Il male sussulta di tratto in tratto in me anche nel sonno, nel torpore e nella stanchezza fisica. Io credo anche dopo la morte. C’è un grumo sanguinoso dentro il cervello che non mi permette di pensare limpidamente.


Creatura, io benedico il giorno che sei nata e il giorno che hai voluto morire. Non chiedo e non urlo. Io so che tu sei morta ferma e sicura.

Le piccole parole non possono spiegare la tua morte. Ma ogni buon atto nostro viene da te, e tu continui a vivere nel laborioso amore. Cercheremo d’esser degni di te. La nostra opera è tua, e se possiamo esser contenti di lei, il tuo sorriso ci dà gioia e pace. Noi ti ringraziamo, sorella, e amiamo la tua morte come abbiamo amata la tua vita.


Tu non conosci il mistero, ma anche il dolore che ti fermò gli occhi sul nulla è parte di esso; e se tu lo esprimi sinceramente, una parte del mistero è svelata. Perchè dal fiore tu conosci le radici, non dalle radici la pianta.

Se il tuo dolore è inerte, che vale il tuo dolore? Allora esso è vano, e tu, la tua vita, e il mondo. Come nella sacra forma umana tu devi cercare il mistero, così il dolore e la gioia sono lo sformato nulla da cui tu devi estrarre un nuovo mondo. Se tu fai, il tuo dolore ha preparato agli uomini una più intensa eternità.