Pagina:Il piacere.djvu/315

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Dopo un’ora, Andrea la lasciò e risalì al palazzo Zuccari, per la scaletta che dalla piazza Mignanelli porta alla Trinità. Giungeva alla scaletta solitaria il rumore della città nella sera mite di ottobre. Le stelle riscintillavano in un cielo umido e terso. Di sotto alla casa dei Casteldelfino, a traverso un piccolo cancello, le piante in un chiarore misterioso agitavano ombre vaghe, senza un fruscìo, come piante marine fluttuanti in fondo a un aquario. Dalla casa, da una finestra con le tendine rosse illuminate, veniva il suono d’un pianoforte. Le campane della chiesa rintoccarono. Egli si sentì d’improvviso pesare il cuore. Un ricordo di Donna Maria lo riempì, d’improvviso; e gli suscitò in confuso un senso di rammarico e quasi di pentimento. ― Che faceva ella in quell’ora? Pensava? Soffriva? ― Con l’imagine della senese gli si affacciò alla memoria la vecchia città toscana: il Duomo bianco e nero, la Loggia, la Fonte. Una grave tristezza l’occupò. Gli parve che qualche cosa dal fondo del suo cuore si fosse involato; ed egli non sapeva bene qual fosse, ma n’era afflitto come d’una perdita irrimediabile.

Ripensò al proposito suo della mattina. ― Una sera in solitudine, nella casa dove ella forse un giorno sarebbe venuta; una sera malinconica ma dolce, in compagnia dei ricordi e dei sogni, in compagnia dello spirito di lei; una sera di meditazione e di raccoglimento! ― In verità, il proposito non poteva meglio esser tenuto. Egli stava per recarsi a un pranzo di amici e di donne; e, senza dubbio, avrebbe passata la notte con Clara Green.