Pagina:Il podere.djvu/234

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un verde patito. Mentre, larghe prese di granturco luccicavano su per il poggio; e le ombre delle nuvole, rapide come se avessero fretta, passavano sopra l’erba e sopra le groppe di una mandria di bovi; salendovi come se le saltassero.

La rugiada bagnava ancora le piante. I ciuffi dell’erba, specie del setolino, erano gremiti d’insetti; su le cime dei pioppi, facendole tentennare, le passere andavano via e tornavano a brancate fitte. Una fattoria era tutta chiusa e segregata dai suoi cipressi.

Egli stava per assopirsi, quando Ilda, salita sopra un poggetto, parandosi il sole con le mani, lo chiamò. Alzandosi, le rispose:

— Che vuoi?

— Hanno portato una lettera.

Gliela mandava l’avvocato Mino Neretti, per dirgli che andasse subito a Siena; per la causa della Cappuccini.

La matrigna, rosa dalla curiosità, gli domandò:

— È del tuo avvocato? Ho visto, dietro la busta, il suo nome a stampa.

— Sì; è sua.

Ma questa risposta non l’appagava: temette che lo avesse mandato a chiamare per l’ipoteca. E, quasi per mortificarlo di non dire tutto da sè, girandogli attorno, gli domandò anche: