Pagina:Il tesoro.djvu/198

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Mai si era sentita così felice; Paolo le sembrava l’uomo più nobile, buono e perfetto della terra, e l’esser amata da un tal uomo le sembrava la grazia più alta e soave della vita.

Rispose subito, dandogli del tu, come egli desiderava; le sembrò una cosa naturalissima, e semplicissime le parvero le cose che scrisse soavemente sul piccolo foglio giallo levigato, che esalava un lieve aroma di rose fresche.

E tutto il giorno, e la notte e l’indomani continuò nei suoi dolci pensieri: le pareva d’esser diventata più alta, più sottile e delicata; non camminava più, sorvolava, passava lieve come un sogno sopra ogni cosa. I suoi pensieri diventavano tutta grazia e gentilezza; era impossibile che d’ora innanzi si fermassero sopra cose volgari, e che nessuna piccolezza potesse toccarla.

Ma un’altra lettera, giunta all’improvviso due giorni dopo, la turbò, richiamandola bruscamente alla realtà.

Paolo le diceva di non meravigliarsi se le scriveva ancora, prima d’aver ricevuto risposta alla sua ultima. Era il suo compleanno, e trovandosi solo aveva pensato ai suoi cari lontani.

«....e siccome fra le creature più care, Dio solo sa come e perchè, ella ha preso un posto eminente, ecco perchè a lei ritorno, come ape al miele, prima della chiamata.»

Fin qui andava bene; andava male più giù, dove, in un abbandono a ricordi del passato,