Pagina:Il tesoro.djvu/237

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male della cugina con Cicchedda che ne restò contenta e spaventata.

Per la prima volta Costanza compatì, benchè umiliata; ma alla seconda capì la manovra di Alessio, e uscì in cucina piangendo di rabbia e di umiliazione. Quel giorno in cucina ci fu l’inferno per Cicchedda. La povera ragazza ingoiò il veleno a grandi sorsi, ma tacque per paura, per il presentimento di disgrazie e dolori più acuti. Non pensava di andarsene, ed anzi il timore di venir scacciata l’angosciava: temeva che allontanandosi, Alessio l’avrebbe trascurata, forse dimenticata; ed ella voleva restargli vicino, anche a costo dei più grandi ed umilianti sacrifizi.

Ma quel giorno anche Agada, che talvolta la difendeva contro le invettive di Costanza, la strapazzò, e le fece capire che l’avrebbe mandata via.

Ed essa, no, non voleva, non voleva andar via, non voleva. Oh, perchè Alessio si comportava così? Perchè non usava prudenza? E intanto, spinta dal suo dolore, fu anch’essa imprudente.

Quando entrò dopo cena per prender Domenico, lo trovò addormentato sulla sua seggiolina bassa, con la testina appoggiata al ginocchio del padre che meditava più che mai cupo, benchè il medico gli avesse permesso d’uscire l’indomani.